Calabria, regione dove il diritto alla salute è più universalistico che altrove

Il mare restituisce corpi senza nome. Restituisce domande. Restituisce responsabilità.

In questi giorni, le coste della Calabria sono tornate al centro dell’attenzione nazionale per l’ennesima tragedia del Mediterraneo. Ma dietro l’emozione del momento c’è una realtà che merita di essere raccontata fino in fondo: la Calabria non si limita a osservare. Interviene. Cura. Accoglie.

E lo fa garantendo il diritto alla salute in modo concretamente universalistico.

Negli ultimi anni l’Italia ha registrato numeri elevatissimi di arrivi via mare (oltre 150.000 nel solo 2023). Una quota significativa è approdata sulle coste calabresi.

Ogni sbarco attiva immediatamente triage sanitario in banchina, screening per patologie infettive, vaccinazioni urgenti, assistenza a minori e donne in gravidanza, trasferimento ospedaliero per i casi critici.

Le Aziende Sanitarie Provinciali operano in condizioni strutturalmente complesse, con carenza di personale e risorse limitate. Eppure nessuno viene lasciato senza assistenza. Il diritto alla salute, in Calabria, non è selettivo. È effettivo.

La rete di accoglienza regionale comprende oltre 100 progetti SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) e circa 3.000–4.000 posti distribuiti nei comuni, con una presenza significativa di minori stranieri non accompagnati.

Molti piccoli comuni calabresi partecipano al sistema nazionale attivando percorsi di integrazione, formazione e inclusione sociale.

La narrazione dominante insiste su liste d’attesa, commissariamenti, criticità organizzative. Sono problemi reali, che richiedono soluzioni strutturali.

Ma c’è un dato che raramente viene evidenziato: la Calabria garantisce assistenza sanitaria anche a chi non è residente, a chi non ha contribuito fiscalmente, a chi arriva in condizioni estreme.

Il Servizio sanitario regionale non chiude le porte, non distingue per provenienza, non subordina l’urgenza alla cittadinanza. Questo è universalismo sostanziale.

La Calabria è regione di frontiera e sostiene un peso che è nazionale ed europeo. Per questo è necessario rafforzare stabilmente gli organici sanitari, finanziare in modo strutturale le attività di frontiera, attivare meccanismi europei di redistribuzione effettiva e programmare senza rincorrere l’emergenza.

I corpi restituiti dal mare interrogano le coscienze ma interrogano anche la politica.

La Calabria dimostra che il diritto alla salute può restare universale anche in condizioni difficili, perché nessuno viene escluso.

La Calabria non è solo la regione delle criticità. È anche la regione dove il diritto alla salute, nei fatti, è più universalistico che altrove.

Candida Tucci – Presidente regionale Confapi Calabria – Filiera Salute

Calabria, la sfida della mobilità: da dato episodico a strategia

Tra il 2019 e il 2023 la Regione ha generato circa 11 milioni di euro annui di mobilità attiva. Oltre il 53% dei ricoveri attratti è prodotto dal privato accreditato. Un segnale da trasformare in programmazione strutturale.

Per anni la sanità calabrese è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso il fenomeno della mobilità passiva. È una realtà che conosciamo e che va affrontata con determinazione. Ma accanto a questa narrazione esiste un dato meno discusso e altrettanto significativo: la Calabria attrae pazienti da fuori regione.

I numeri ufficiali lo confermano.

Nel triennio 2019–2021, secondo i dati regionali elaborati sui flussi SDO (scheda dimissione ospedaliera), la mobilità attiva ospedaliera ha registrato: 2019: 3.610 ricoveri per 14,5 milioni di euro; 2020: 2.937 ricoveri per 11 milioni di euro; 2021: 3.040 ricoveri per 11 milioni di euro. Il 2020 è stato inevitabilmente segnato dalla pandemia, ma già nel 2021 i volumi mostrano una ripresa.

Il dato più recente disponibile, pubblicato da Agenas per il 2023, indica circa 2.700 ricoveri in mobilità attiva effettiva, per un valore di 11,19 milioni di euro, con un indice di attrazione del 2,17%.

Non sono cifre risolutive, ma sono cifre reali che indicano che esiste una base su cui costruire.

Non solo urgenze: c’è anche scelta

Un elemento particolarmente rilevante riguarda la mobilità “effettiva”, cioè quella determinata dalla scelta del paziente.

Nel 2019 la Calabria ha attratto: 276 ricoveri ad alta complessità e 1.887 ricoveri di media complessità. Nel 2021, nonostante la coda della crisi pandemica: 182 ricoveri ad alta complessità e 1.703 di media complessità. Questo significa che l’attrazione non è dovuta soltanto a ricoveri casuali o di urgenza, ma riguarda anche prestazioni che presuppongono una scelta consapevole. La scelta, in sanità, è un indicatore di reputazione clinica.

Il ruolo del privato accreditato

Il dato 2023 evidenzia un altro aspetto strutturale: oltre il 53% dei ricoveri in mobilità attiva è prodotto dal privato accreditato, mentre il 46% è generato dal pubblico.

Questo non deve essere letto in chiave contrappositiva. Al contrario, dimostra che la capacità attrattiva regionale è già oggi il risultato di un sistema misto, dove pubblico e privato accreditato contribuiscono entrambi.

Da segnale a strategia

Se oggi la mobilità attiva genera circa 11 milioni di euro l’anno, la vera sfida è trasformare questo dato da episodio a strategia. Rafforzare le aree di alta complessità, ridurre la mobilità passiva evitabile ed aumentare quella attiva qualificata.

Serve una sussidiarietà intelligente, nella quale il pubblico programma con chiarezza e visione ed il privato accreditato investe, integra e innova. Entrambi misurati su qualità, appropriatezza e risultati.

Serve, inoltre, una responsabilità condivisa. Anche il sistema delle imprese sanitarie deve fare la propria parte. Non è il tempo delle frammentazioni, ma della collaborazione.

Condivisione dei dati, investimenti mirati, integrazione clinica e comunicazione coordinata sono le leve per rafforzare l’attrattività regionale.

La Calabria resta una regione – come molte altre regioni – con criticità profonde nel sistema sanitario. Ma i numeri dimostrano che esistono segnali concreti su cui costruire.

La mobilità attiva può diventare un indicatore di fiducia e un punto di partenza per una programmazione più ambiziosa e più equilibrata.

Candida Tucci – Presidente regionale Confapi Calabria – Filiera Salute, Francesca Nicoletti – Psicologa

Sanità pubblica e privata: chiarezza, responsabilità e visione di sistema

Ritengo necessario intervenire nel dibattito pubblico che si è sviluppato in queste ore a seguito dell’autorizzazione alla realizzazione di un ospedale privato nel territorio di Cosenza. Un dibattito alimentato da polemiche che chiamano in causa, da un lato, la presenza della consigliera regionale Filomena Greco nella competente Commissione Sanità e, dall’altro, la riconducibilità dell’iniziativa imprenditoriale alla famiglia Greco. Un confronto legittimo, che tuttavia rischia di scivolare su letture parziali e su contrapposizioni ideologiche, distogliendo l’attenzione dal nodo centrale: il ruolo che la sanità privata accreditata svolge, per legge e per funzione, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

In qualità di rappresentante della categoria della sanità privata accreditata, sento il dovere di riportare il confronto su un piano di chiarezza e responsabilità, lontano da semplificazioni che non aiutano né i cittadini né il sistema salute.

Per completezza e trasparenza, ritengo doveroso precisare che non ho sintonia politica con l’onorevole Filomena Greco, pur apprezzandone le capacità, e che le realtà imprenditoriali riconducibili alla famiglia Greco non risultano associate al sistema CONFAPI. Il mio intervento non è dunque riferibile a singoli soggetti o interessi particolari, ma esclusivamente al ruolo e alla funzione della sanità privata accreditata all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

La sanità privata non è l’alternativa alla sanità pubblica, né tantomeno la sua antagonista. Il privato accreditato esiste ed opera solo se previsto dalla programmazione pubblica ed è chiamato a svolgere una funzione integrativa e sussidiaria rispetto al servizio pubblico, contribuendo a garantire continuità assistenziale, riduzione delle liste d’attesa e maggiore prossimità delle cure ai cittadini.

Ogni investimento nel settore sanitario, pubblico o privato che sia, non sottrae diritti, ma amplia l’offerta di cura se correttamente inserito in una cornice programmatoria chiara, controllata e orientata all’interesse generale. Il vero tema, dunque, non è la presenza del privato, ma la qualità della governance, la capacità di indirizzo della Regione, il controllo delle prestazioni e la tutela dell’equità di accesso.

In una regione come la Calabria, dove si stanno compiendo sforzi significativi per superare criticità strutturali di lunga durata, demonizzare il privato accreditato significa rinunciare a uno degli strumenti disponibili per rafforzare il sistema salute, non difenderlo.

I cittadini dovrebbero poter accogliere con favore ogni iniziativa che, nel rispetto delle regole e sotto il controllo pubblico, contribuisca a migliorare qualità, tempestività e appropriatezza delle prestazioni. La salute non può diventare terreno di scontro ideologico, ma deve restare un diritto da garantire con pragmatismo e responsabilità.

La sanità pubblica va rafforzata, difesa e resa più efficiente. Ma questo obiettivo si raggiunge anche costruendo con il privato un’alleanza responsabile, fondata su ruoli chiari, controlli rigorosi e obiettivi condivisi.

Solo superando contrapposizioni pregiudiziali e adottando una visione moderna sarà possibile restituire ai cittadini calabresi un sistema sanitario più equo, efficiente e sostenibile.

Candida Tucci