Garante del verde: un’opportunità mancata o solo rinviata?

Il 29 Novembre 2022 con Delibera n 43 nella sala consiliare del Comune di Cosenza si approva il Regolamento del Garante del verde, del suolo e degli alberi composto da tre membri, tra cui la professionista sociologa del paesaggio Nadia Gambilongo, intervistata in questi giorni dal Centro Studi La Città Liberale sulla figura da lei rappresentata negli anni precedenti nel Comune di Cosenza.

Dottoressa, come nasce l’esigenza di avere una figura di questo tipo?

Si tratta di una proposta presentata dall’associazione di volontariato i Giardini di Eva e inserita nel programma elettorale dell’attuale sindaco Franz Caruso. All’indomani delle elezioni amministrative il consiglio comunale ha ratificato la scelta politica in campo verde del sindaco. Le difficoltà però sono sorte dopo, poiché nonostante l’importante lavoro volontario dei garanti più attivi lo staff tecnico del comune si è dimostrato subito ostile e diffidente, mentre gli assessori al ramo non hanno supportato il loro lavoro.

Chi è il Garante del Verde, del suolo e degli alberi?

E’ una figura di riferimento esperta e indipendente, capace attraverso competenze tecniche in ambito naturalistico, urbanistico, ecologico e ambientale, di monitorare il lavoro ordinario portato avanti dai funzionari comunali di riferimento e di apportare suggerimenti in campo ambientale e verde e di tradurre il linguaggio “tecnico”, in azioni messe in atto, in un linguaggio più chiaro capace di raggiungere tutta la comunità ed avvicinarle ad una cultura ambientalista.

Quando si parla di gestione e valorizzazione del verde pubblico, si pensa che la soluzione più semplice e spesso l’unica, sia quella di piantare nuovi alberi, lei da ecologista cosa ne pensa?

Occorrerebbe in primo luogo partire dalla cura degli alberi già esistenti, questi ultimi sono degli organismi viventi che si adattano alle interferenze esterne: cambiamento climatico sempre più repentino, molto più rapido rispetto della velocita di adattamento degli alberi e se aggiungiamo i danni arrecati dall’uomo; potature mal gestite (capitozzature), gestione del suolo urbano (compattazione del suolo e superfici poco permeabili). E’ necessario dimensionare bene il volume del suolo necessario per la crescita delle piante, in caso contrario le alberature diventano più fragili. Ovviamente bisogna incrementare la presenza di alberature con nuovi trapianti, ma è importante fare attenzione nella scelta della specie.

In che senso?

Nel senso che la scelta delle specie non la deve decidere chi non conosce le piante e i loro problemi. Le piante di qualità non si devono scegliere solo su basi estetiche, ma sul loro potenziale (percentuale di miglioramento della qualità dell’aria, l’evapotraspirazione, quota di inquinamento rimosso dalla vegetazione). Servono alberi grandi con chiome folte, capaci di creare un’ombra consistente. I platani, i tigli, fanno un’ombra che rinfresca interi viali, invece si continuano a piantare alberelli ornamentali che ombreggiano solo mezzo metro quadrato.

Ecologisti si nasce o ci si può diventare?

Lo si può diventare acquisendo maggiore sensibilità nei confronti delle tematiche ambientali, seguendo corsi di formazione, partecipando ad iniziative pubbliche organizzate dalle associazioni ambientaliste del territorio. I giardini di Eva fanno educazione ai sentimenti ed ambientale nelle scuole da molti anni, organizzando laboratori con le ragazze e i ragazzi in aule didattiche all’aperto.

Sappiamo che lei si è dimessa da un anno a questa parte da figura di Garante del verde urbano di Cosenza, quali cause l’hanno portata a prendere questa decisione?

Nonostante un infaticabile lavoro volontario, senza neppure un rimborso spese per gli innumerevoli sopralluoghi e relazioni redatte, le nostre valutazioni e suggerimenti sono rimasti lettera morta. Abbiamo salvato un’Araucaria centenaria sulla scalinata dei due leoni che il sindaco aveva intenzione di abbattere ed altri alberi monumentali in città, ma il fallimento più grande è stato quello della villa vecchia dove sono stati spesi milioni di euro senza risolvere le criticità dovuti al ristagno di acqua che stanno portando alla marcescenza di alberi secolari; inoltre sono stati abbattuti Cipressi, Cedi del Libano e Pioppi centenari che potevano essere curati.

Secondo la sua esperienza quali miglioramenti porterebbe al regolamento del Garante del Verde di Cosenza e quali azioni concrete suggerirebbe per rendere questa figura essenziale all’interno della comunità?

Innanzi tutto il parere del Collegio dei Garanti deve essere vincolante e non consultivo, inoltre è necessario prevedere una voce in bilancio per la cura del verde e per la promozione di una cultura ambientalista in città e nelle scuole. Ovviamente, è necessario creare un clima di collaborazione con lo staff tecnico e la giunta di riferimento; inoltre è necessario creare una struttura di supporto al Collegio dei Garanti del verde e del suolo.

Le porgo un’ultima domanda, che ritengo sia essenziale sulla qualità di vita della comunità; secondo lei una gestione consapevole da parte dell’amministrazione del verde urbano e del suolo, potrebbe essere il motore di attrattiva turistica?

Il verde urbano può essere oggi interpretato anche come uno spazio educativo diffuso, una destinazione turistica, per essere considerata tale, deve rispondere anche a canoni paesaggistici: cura del verde, edilizia controllata, rigenerazione urbana. Il turista è sensibile a questi temi e preferisce le mete che sanno valorizzare la sostenibilità in alta qualità dell’offerta. Il paesaggio è una scelta politica e progettuale, che va pianificata e guidata anche dal punto di vista della comunicazione. Basti ricordarsi la pandemia da Covid-19, ha confermato quanto siano precari determinati equilibri tra uomo e natura, spingendo i sistemi territoriali verso l’adozione di metodi e pratiche rispettose dell’ambiente, tali pratiche risultano essere vantaggiose non solo ai fini della lotta ai cambiamenti climatici ma anche per un miglior posizionamento delle città su mercati turistici nuovi dove la sostenibilità non è solo un costrutto teorico ma, anzi, si esplica in comportamenti responsabili e generando bellezza e ricchezza.

DIMITRY REDA

Un Patto per il territorio

In una fase di emergenza purtroppo non ancora archiviabile, correttezza impone di non alimentare polemiche sulle (tante) responsabilità che ci sono state e di lasciare al proprio lavoro tanti bravi soccorritori e tanti poveri disperati.

Però, non appena sarà tornato un tempo di pace (per usare il gergo della Protezione Civile), speriamo il prima possibile, sarà doveroso aprire un serio confronto sulla “filiera del controllo del territorio”, dal quale dovrà necessariamente uscire un “Patto per il territorio”, con compiti precisi per tutti gli attori coinvolti, che riduca drasticamente il rischio che le scene di questi giorni si ripetano ogni due per tre.

Il concetto di filiera dovrebbe aiutarci simbolicamente a rappresentare il percorso che l’acqua effettua dal momento in cui tocca il suolo al momento in cui torna nei mari o nei laghi, immaginando il nostro reticolo idrografico come una fittissima rete di “capillari” che, scendendo verso valle, va ad alimentare delle “vene” sempre più grosse.

E allora, proviamo a fare insieme questo percorso, ponendoci alcuni interrogativi.

Il primo anello della filiera è rappresentato dal territorio agricolo e forestale. Chiediamoci ora quale sia lo stato di presidio di questo territorio, stante il crescente spopolamento delle aree rurali montane e vallive e con esso l’incremento dei terreni incolti e la diminuzione di persone addette alla manutenzione dei fossi di scolo all’interno delle proprie proprietà. Con quale conseguenza? Che le precipitazioni, soprattutto quelle intense, cominciano ad intasare i primi corpi recettori, portandosi appresso materiale di ogni genere, oppure, peggio ancora, anziché trovare la naturale via di sfogo nei fossi o nei torrenti, si infiltrano dove non dovrebbero, minando la stabilità dei terreni più fragili.

Ecco quindi il primo problema, la cui soluzione andrebbe cercata nel favorire il ripristino e la manutenzione dei fossi di scolo in campagna ed in montagna, anche attraverso interventi mirati supportati dal competente Assessorato Regionale.

Il secondo anello della filiera è rappresentato dall’alveo di fossi e torrenti che non sono di proprietà privata, che percorriamo idealmente verso valle fino a che arriviamo in un centro abitato. Come ce li immaginiamo questi alvei? Sicuramente poco e per nulla puliti, pieni di vegetazione di ogni tipo e spesso privi di opere di rallentamento della portata. Inoltre, cominciamo a vedere che vecchi ponticelli che nel corso dei secoli facevano parte della viabilità rurale per consentire l’attraversamento dei corpi d’acqua, sono oggi sostituiti da blocchi di cemento attraversati da tubazioni passanti che, alla sola vista, lasciano facilmente presagire ostruzioni da parte di tronchi, rami e pietre, che puntualmente si verificano. Chi dovrebbe intervenire per la pulizia continua di fossi, fiumi e torrenti prima che arrivino in un centro abitato? Il Comune? Il Consorzio di Bonifica? La Regione? Senza entrare nell’intrigo di competenze troppo spesso rimpallate, diciamo semplicemente che qualcuno se ne deve occupare (scopriremo chi in un prossimo approfondimento).

Ora riprendiamo il nostro viaggio e arriviamo in un centro abitato, piccolo o grande che sia. Cosa vediamo? Prima, un lungo tratto tombato, nei cui pressi, o addirittura sopra, troviamo case, strade e altri manufatti. Anche in questo caso, ci torna in mente la visione da incubo, ahimè vista tante volte, di questi percorsi tombati che, sollecitati da portate enormi e da materiali di ogni tipo, letteralmente esplodono.

Terminato il tratto tombato finiamo nel letto a cielo aperto del fiume che attraversa la città, in cui vediamo alberi d’alto fusto alti quanto i palazzi. A destra e a sinistra strade, abitazioni e fabbriche che lambiscono gli argini, costruite probabilmente dove non era consentito e costellate di voragini che si aprono, mettendo a nudo strati di mancanze.

Per non parlare delle strade lambite da costoni da cui si staccano, come ferite, colate di fango, pietre e alberi che invadono la carreggiata, trascinando precarie opere di contenimento, ove esistenti.

E qui gli interrogativi aumentano. Oltre alle diatribe sulle responsabilità comunali o regionali sulla pulizia dell’alveo dei fiumi, ci chiediamo quante siano le abitazioni e le fabbriche in zona rossa, quanta gente ci vive o ci lavora, quanti anziani, quanti bambini, quanti disabili, chi diede un’autorizzazione che non doveva essere data. E se qualche piano sia intervenuto successivamente nel classificare a rischio un’abitazione o una fabbrica che prima non lo erano, anziché rimanere passivi nella (illusoria) speranza che il destino sia benevolo, è necessario predisporre delle opere di riduzione del rischio e, ove queste non fossero attuabili, non esiste purtroppo alternativa al trasferimento delle attività a rischio in zone sicure.

In ogni caso serve maggiore rigore, da parte delle autorità competenti, nel rilascio di autorizzazioni alla realizzazione di opere in prossimità di aree a rischio, ed i cittadini e gli imprenditori non devono ritenersi baciati dalla fortuna, e quindi al sicuro, se il proprio intervento ricade immediatamente all’esterno di una zona a rischio delimitata da una mappa rappresentativa di una scala non dettagliata.

Inoltre, occorrono Piani di Protezione Civile aggiornati, continue campagne informative alla popolazione, sistemi efficaci di segnalazione delle criticità. Anche puntando molto sul ruolo delle associazioni di volontariato di Protezione Civile.

Ultima tappa del nostro percorso è il tratto dei fiumi che dai centri urbani si avviano verso la foce, subendo l’impatto di tutto ciò che avviene a monte. Qual è lo scenario qui? Argini non sempre adeguati, attività agricole in alveo, segni di prelievo incontrollato di inerti. E alla prima falla di un argine, ecco che il fiume straripa, portando distruzione e disperazione.

Anche se il nostro viaggio è terminato, il nostro impegno per stimolare un Patto per il territorio è appena cominciato, con l’ambizione di creare sinergie tra le tante eccellenti competenze di cui il nostro territorio dispone: ricercatori UNICAL e CNR, ordini professionali, imprenditori, studenti, associazioni e semplici cittadini, che siano sollecitati e coordinati da amministratori attenti e pronti alla responsabilità che gli abbiamo consegnato di governare il nostro territorio.