Questo contributo nasce dalla lettura dell’articolo di Matteo Marchesini, pubblicato su Il Foglio di oggi e dedicato al rapporto tra Benedetto Croce e il fascismo. Una riflessione puntuale, che ricostruisce con equilibrio l’evoluzione del pensiero crociano di fronte all’affermazione del regime di Benito Mussolini, ma che soprattutto riapre una questione che non appartiene solo alla storia.
È una questione politica. E riguarda il presente.
Croce rappresenta una grande tradizione liberale, ma anche un limite: quello di una cultura che ha pensato di poter contenere le crisi senza trasformarsi. Di fronte all’ascesa del fascismo, la reazione non fu immediata, perché si confidava nella capacità delle istituzioni di assorbire lo shock.
È un errore che non possiamo permetterci di ripetere.
Il punto non è giudicare il passato, ma capire il meccanismo: le democrazie non crollano solo per rotture improvvise, ma per progressiva perdita di vitalità. Si svuotano dall’interno quando la rappresentanza si indebolisce, quando la partecipazione si riduce, quando il potere si concentra senza contrappesi reali.
Qui si innesta la lezione decisiva di Piero Gobetti, a cui il Centro Studi La Città Liberale si ispira.
Gobetti ci consegna un’idea esigente di liberalismo: non equilibrio, ma conflitto produttivo; non conservazione, ma responsabilità; non adattamento, ma costruzione continua della libertà.
Il fascismo, per Gobetti, non fu una deviazione, ma il risultato di una debolezza strutturale: l’assenza di cittadini autonomi, di classi dirigenti responsabili, di una società capace di esercitare controllo sul potere.
Allora il nostro compito è chiaro: rifondare il liberalismo come pratica civile. In questo percorso, il primo passaggio è restituire senso e forza alla responsabilità istituzionale. Le istituzioni devono tornare a essere luoghi di decisione reale, non spazi opachi o puramente formali, ma ambiti in cui le scelte sono trasparenti, comprensibili e soprattutto controllabili dai cittadini.
Accanto a questo, è necessario ricostruire una società viva e organizzata. Un sistema liberale non si regge sul vuoto, ma sulla presenza attiva dei corpi intermedi: imprese, associazioni, comunità. È lì che si forma il tessuto della democrazia sostanziale, quella che non si esaurisce nel voto ma si alimenta nella partecipazione quotidiana.
Al centro di questa visione c’è poi una questione decisiva: la qualità delle classi dirigenti. Senza una cultura del merito e della competenza, ogni riforma resta fragile. La selezione delle responsabilità pubbliche e private non può essere affidata a logiche casuali o relazionali, ma deve tornare a fondarsi su capacità, preparazione e risultati.
Allo stesso modo, il pluralismo non può ridursi a una dichiarazione di principio. Deve tradursi in condizioni reali di confronto, accesso e rappresentanza. Solo così diventa uno strumento effettivo di libertà e non una formula vuota.
Infine, tutto questo trova senso solo se si rimette al centro il cittadino, non come destinatario passivo delle decisioni, ma come soggetto attivo. Perché la libertà, in una visione liberale autentica, non è mai delega: è partecipazione consapevole, responsabilità condivisa, capacità di incidere.
Il rischio non è il ritorno delle forme del passato, ma la riproduzione delle condizioni che lo hanno reso possibile.
La Città Liberale nasce per questo: non per commentare la realtà, ma per cambiarne le condizioni.
Candida Tucci