Un Patto per il territorio

In una fase di emergenza purtroppo non ancora archiviabile, correttezza impone di non alimentare polemiche sulle (tante) responsabilità che ci sono state e di lasciare al proprio lavoro tanti bravi soccorritori e tanti poveri disperati.

Però, non appena sarà tornato un tempo di pace (per usare il gergo della Protezione Civile), speriamo il prima possibile, sarà doveroso aprire un serio confronto sulla “filiera del controllo del territorio”, dal quale dovrà necessariamente uscire un “Patto per il territorio”, con compiti precisi per tutti gli attori coinvolti, che riduca drasticamente il rischio che le scene di questi giorni si ripetano ogni due per tre.

Il concetto di filiera dovrebbe aiutarci simbolicamente a rappresentare il percorso che l’acqua effettua dal momento in cui tocca il suolo al momento in cui torna nei mari o nei laghi, immaginando il nostro reticolo idrografico come una fittissima rete di “capillari” che, scendendo verso valle, va ad alimentare delle “vene” sempre più grosse.

E allora, proviamo a fare insieme questo percorso, ponendoci alcuni interrogativi.

Il primo anello della filiera è rappresentato dal territorio agricolo e forestale. Chiediamoci ora quale sia lo stato di presidio di questo territorio, stante il crescente spopolamento delle aree rurali montane e vallive e con esso l’incremento dei terreni incolti e la diminuzione di persone addette alla manutenzione dei fossi di scolo all’interno delle proprie proprietà. Con quale conseguenza? Che le precipitazioni, soprattutto quelle intense, cominciano ad intasare i primi corpi recettori, portandosi appresso materiale di ogni genere, oppure, peggio ancora, anziché trovare la naturale via di sfogo nei fossi o nei torrenti, si infiltrano dove non dovrebbero, minando la stabilità dei terreni più fragili.

Ecco quindi il primo problema, la cui soluzione andrebbe cercata nel favorire il ripristino e la manutenzione dei fossi di scolo in campagna ed in montagna, anche attraverso interventi mirati supportati dal competente Assessorato Regionale.

Il secondo anello della filiera è rappresentato dall’alveo di fossi e torrenti che non sono di proprietà privata, che percorriamo idealmente verso valle fino a che arriviamo in un centro abitato. Come ce li immaginiamo questi alvei? Sicuramente poco e per nulla puliti, pieni di vegetazione di ogni tipo e spesso privi di opere di rallentamento della portata. Inoltre, cominciamo a vedere che vecchi ponticelli che nel corso dei secoli facevano parte della viabilità rurale per consentire l’attraversamento dei corpi d’acqua, sono oggi sostituiti da blocchi di cemento attraversati da tubazioni passanti che, alla sola vista, lasciano facilmente presagire ostruzioni da parte di tronchi, rami e pietre, che puntualmente si verificano. Chi dovrebbe intervenire per la pulizia continua di fossi, fiumi e torrenti prima che arrivino in un centro abitato? Il Comune? Il Consorzio di Bonifica? La Regione? Senza entrare nell’intrigo di competenze troppo spesso rimpallate, diciamo semplicemente che qualcuno se ne deve occupare (scopriremo chi in un prossimo approfondimento).

Ora riprendiamo il nostro viaggio e arriviamo in un centro abitato, piccolo o grande che sia. Cosa vediamo? Prima, un lungo tratto tombato, nei cui pressi, o addirittura sopra, troviamo case, strade e altri manufatti. Anche in questo caso, ci torna in mente la visione da incubo, ahimè vista tante volte, di questi percorsi tombati che, sollecitati da portate enormi e da materiali di ogni tipo, letteralmente esplodono.

Terminato il tratto tombato finiamo nel letto a cielo aperto del fiume che attraversa la città, in cui vediamo alberi d’alto fusto alti quanto i palazzi. A destra e a sinistra strade, abitazioni e fabbriche che lambiscono gli argini, costruite probabilmente dove non era consentito e costellate di voragini che si aprono, mettendo a nudo strati di mancanze.

Per non parlare delle strade lambite da costoni da cui si staccano, come ferite, colate di fango, pietre e alberi che invadono la carreggiata, trascinando precarie opere di contenimento, ove esistenti.

E qui gli interrogativi aumentano. Oltre alle diatribe sulle responsabilità comunali o regionali sulla pulizia dell’alveo dei fiumi, ci chiediamo quante siano le abitazioni e le fabbriche in zona rossa, quanta gente ci vive o ci lavora, quanti anziani, quanti bambini, quanti disabili, chi diede un’autorizzazione che non doveva essere data. E se qualche piano sia intervenuto successivamente nel classificare a rischio un’abitazione o una fabbrica che prima non lo erano, anziché rimanere passivi nella (illusoria) speranza che il destino sia benevolo, è necessario predisporre delle opere di riduzione del rischio e, ove queste non fossero attuabili, non esiste purtroppo alternativa al trasferimento delle attività a rischio in zone sicure.

In ogni caso serve maggiore rigore, da parte delle autorità competenti, nel rilascio di autorizzazioni alla realizzazione di opere in prossimità di aree a rischio, ed i cittadini e gli imprenditori non devono ritenersi baciati dalla fortuna, e quindi al sicuro, se il proprio intervento ricade immediatamente all’esterno di una zona a rischio delimitata da una mappa rappresentativa di una scala non dettagliata.

Inoltre, occorrono Piani di Protezione Civile aggiornati, continue campagne informative alla popolazione, sistemi efficaci di segnalazione delle criticità. Anche puntando molto sul ruolo delle associazioni di volontariato di Protezione Civile.

Ultima tappa del nostro percorso è il tratto dei fiumi che dai centri urbani si avviano verso la foce, subendo l’impatto di tutto ciò che avviene a monte. Qual è lo scenario qui? Argini non sempre adeguati, attività agricole in alveo, segni di prelievo incontrollato di inerti. E alla prima falla di un argine, ecco che il fiume straripa, portando distruzione e disperazione.

Anche se il nostro viaggio è terminato, il nostro impegno per stimolare un Patto per il territorio è appena cominciato, con l’ambizione di creare sinergie tra le tante eccellenti competenze di cui il nostro territorio dispone: ricercatori UNICAL e CNR, ordini professionali, imprenditori, studenti, associazioni e semplici cittadini, che siano sollecitati e coordinati da amministratori attenti e pronti alla responsabilità che gli abbiamo consegnato di governare il nostro territorio.

Cosenza città turistica

Cari lettori, in piena coerenza con gli obiettivi del centro studi, sperimentiamo da oggi una nuova strutturazione dei nostri approfondimenti, partendo da una o più domande che, nel solco di tematiche specifiche, faciliteranno l’articolazione di un ampio ragionamento, il più possibile ancorato ad evidenze oggettive supportate da dati attendibili.

Grazie ad uno sforzo collettivo, il ragionamento punterà a produrre risposte ispiratrici per la realizzazione e sistemazione di tanti tasselli che vadano a comporre il complesso mosaico della città che vogliamo.

Un percorso che parta da una visione a medio-lungo termine della città che vogliamo, ma che allo stesso tempo individui tappe e traguardi intermedi e funzionali di breve periodo.

Nelle cronache cittadine degli ultimi giorni abbiamo appreso dell’assegnazione nella nuova giunta di una delega esplicita al turismo ( anche se unita ad altre deleghe). La qual cosa, oltre a suscitare un pensiero positivo, suggerisce alcuni interrogativi:

  1. Siamo tutti concordi sul fatto che il turismo possa rappresentare per la nostra città un motore di sviluppo e che, come tale, necessiti di attenzioni mirate?
  2. Quali sono oggi i numeri del turismo in città (ad esempio quali e quante associazioni di categoria, quante imprese, quanti addetti, quanti arrivi, quale volume d’affari, quante iniziative di promozione turistica, quanti pacchetti turistici e promossi in quali circuiti, quale domanda e offerta di personale qualificato, oltre alle misurazioni di tanti altri indicatori)?
  3. Qual è, se c’è, ma crediamo fermamente di si, il potenziale di sviluppo, in termini qualitativi e quantitativi del settore?
  4. Cosa si dovrebbe fare (di più di quanto non si faccia già) e cosa si può fare per tradurre questo potenziale in atto?

In attesa di perfezionare i successivi approfondimenti sul tema, vi invitiamo intanto da subito a condividere le vostre opinioni ed i vostri suggerimenti (sulla nostra pagina fb).

Giacomo Martirano

Vivere e lavorare in Calabria: libertà, opportunità, responsabilità

Dai giovani alle imprese, un patto possibile per il futuro

Parlare di futuro, in Calabria, significa partire dalla realtà, non per rassegnarsi, ma per capire dove intervenire. I dati demografici e occupazionali raccontano una crisi profonda, che non è solo economica ma anche sociale e civile. La perdita di popolazione, soprattutto giovane e qualificata, riduce il capitale umano disponibile e indebolisce le basi dello sviluppo.

Questo quadro regionale si inserisce in una dinamica nazionale più ampia. Come ha evidenziato il presidente di Confapi, Cristian Camisa, sulle pagine di Milano Finanza, l’Italia sconta da oltre vent’anni un ristagno della produttività e un vincolo demografico sempre più stringente. La fuga dei laureati, in particolare nelle discipline tecnico-scientifiche, rappresenta una perdita secca di competenze, investimenti formativi e opportunità di crescita.

Per territori fragili come la Calabria, questo fenomeno ha un impatto moltiplicatore: chi parte difficilmente rientra, e la laurea diventa spesso il biglietto di uscita, non una leva di sviluppo locale. Il risultato è un paradosso strutturale: si investe in formazione, ma il valore prodotto viene utilizzato altrove.

Dal Patto per i Talenti STEM a una strategia territoriale

La proposta di Confapi – il Patto per i Talenti STEM – affronta un nodo centrale: rendere il lavoro qualificato competitivo, stabile e attrattivo. Agire sul costo del lavoro, valorizzare il merito e sostenere la produttività delle PMI significa creare le condizioni affinché i giovani possano scegliere di restare o tornare.

Trasferita sul piano regionale, questa impostazione suggerisce una linea chiara: anche in Calabria servono politiche del lavoro orientate alla qualità, alla stabilità, alle persone e non solo ai numeri.

Università, lavoro e territorio: un sistema da ricostruire

La Calabria dispone di università, competenze e imprese che, se messe in relazione stabile, possono generare valore. Il problema, finora, non è la mancanza di talento, ma l’assenza di un sistema che faccia dialogare formazione, lavoro e territorio.

Occorre superare interventi episodici e costruire:

  • patti strutturali tra università e imprese;
  • regole semplici e tempi certi per chi investe;
  • incentivi stabili all’occupazione qualificata.

Vivere e lavorare in Calabria non può essere una scelta obbligata né un atto di resistenza individuale. Deve tornare a essere una scelta libera. Ma la libertà, senza opportunità concrete, resta formale.

Il lavoro è una leva economica, ma anche un fattore di cittadinanza, appartenenza e qualità democratica. Dove il lavoro manca o è fragile, si indebolisce il legame civico e cresce la sfiducia nelle istituzioni.

Solo così vivere e lavorare in Calabria può tornare a essere una possibilità reale

Candida Tucci

UNIVERSITÀ E CENTRI DI RICERCA, UNA RISORSA AL CENTRO DI OGNI PROGRAMMA POLITICO PER IL NOSTRO TERRITORIO

Stiamo rilevando un certo fermento, forse per la prima volta con largo anticipo rispetto alle prossime scadenze elettorali, che vede attori vecchi e nuovi della scena politica già impegnarsi in dichiarazioni programmatiche.

L’auspicio è che, oltre che attirare l’attenzione dei concittadini su nomi evocativi già pensati per le liste elettorali, al più presto si alimenti un sano dibattito su programmi ed analisi basati su evidenze oggettive e non su sterili slogan. In altre parole, privilegiare i contenuti ai contenitori.

E se e quando si parlerà di programmi, sarebbe auspicabile vedere le università ed i centri di ricerca presenti sul nostro territorio usati in maniera appropriata dalla politica!

“Usati in maniera appropriata” significa coinvolti in tutte le fasi del ciclo di vita delle politiche settoriali: dalle analisi di fattibilità, alle simulazioni di diversi scenari, alla raccolta ed elaborazione di dati, al contributo alla stesura di bozze di strumenti normativi, per finire al supporto al monitoraggio ed al controllo. Il tutto non con una delega in bianco o tramite convenzioni senza obbligo di rendicontazione, ma sotto stretto indirizzo e controllo della politica. E dialogando con la politica e confrontandosi con la cittadinanza. E con la condizione di coinvolgere le decine di migliaia di giovani talenti, che si sentirebbero finalmente un po’ più protagonisti del loro presente e del loro futuro.

E poi chi lo sa, magari si riuscirebbe a generare anche delle economie di spesa, evitando di ricorrere ad appalti multimilionari per simili servizi, culle di lobbies e di intrecci che corrono il rischio di non fare gli interessi del nostro territorio allo stesso modo di come li farebbero attori del territorio che operano sul territorio.

In sintesi, le nostre università ed i nostri centri di ricerca considerati come giacimenti inesauribili di risorse vitali, prima tra tutte l’intelligenza e la voglia di fare dei tanti nostri giovani talenti, guidati dalle eccellenti capacità dei nostri ricercatori, riconosciute anche a livello mondiale.

Da imprenditore che si occupa di ricerca e innovazione mi sono spesso trovato nelle condizioni di collaborare con alcuni dipartimenti e gruppi di ricerca ed ho potuto toccare con mano da un lato l’enorme potenziale del nostro sistema della ricerca, ma dall’altro i limiti di una visione talvolta un po’ troppo autoreferenziale.

Ed è grazie a queste esperienze che sono profondamente convinto che l’attuazione di una sapiente sinergia tra politica e mondo della ricerca rappresenti un’ottima opportunità per iniziare finalmente a fare sistema dalle nostre parti.

A cominciare dalle prossime elezioni comunali della nostra città.

Giacomo Martirano

Sanità pubblica e privata: chiarezza, responsabilità e visione di sistema

Ritengo necessario intervenire nel dibattito pubblico che si è sviluppato in queste ore a seguito dell’autorizzazione alla realizzazione di un ospedale privato nel territorio di Cosenza. Un dibattito alimentato da polemiche che chiamano in causa, da un lato, la presenza della consigliera regionale Filomena Greco nella competente Commissione Sanità e, dall’altro, la riconducibilità dell’iniziativa imprenditoriale alla famiglia Greco. Un confronto legittimo, che tuttavia rischia di scivolare su letture parziali e su contrapposizioni ideologiche, distogliendo l’attenzione dal nodo centrale: il ruolo che la sanità privata accreditata svolge, per legge e per funzione, all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

In qualità di rappresentante della categoria della sanità privata accreditata, sento il dovere di riportare il confronto su un piano di chiarezza e responsabilità, lontano da semplificazioni che non aiutano né i cittadini né il sistema salute.

Per completezza e trasparenza, ritengo doveroso precisare che non ho sintonia politica con l’onorevole Filomena Greco, pur apprezzandone le capacità, e che le realtà imprenditoriali riconducibili alla famiglia Greco non risultano associate al sistema CONFAPI. Il mio intervento non è dunque riferibile a singoli soggetti o interessi particolari, ma esclusivamente al ruolo e alla funzione della sanità privata accreditata all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

La sanità privata non è l’alternativa alla sanità pubblica, né tantomeno la sua antagonista. Il privato accreditato esiste ed opera solo se previsto dalla programmazione pubblica ed è chiamato a svolgere una funzione integrativa e sussidiaria rispetto al servizio pubblico, contribuendo a garantire continuità assistenziale, riduzione delle liste d’attesa e maggiore prossimità delle cure ai cittadini.

Ogni investimento nel settore sanitario, pubblico o privato che sia, non sottrae diritti, ma amplia l’offerta di cura se correttamente inserito in una cornice programmatoria chiara, controllata e orientata all’interesse generale. Il vero tema, dunque, non è la presenza del privato, ma la qualità della governance, la capacità di indirizzo della Regione, il controllo delle prestazioni e la tutela dell’equità di accesso.

In una regione come la Calabria, dove si stanno compiendo sforzi significativi per superare criticità strutturali di lunga durata, demonizzare il privato accreditato significa rinunciare a uno degli strumenti disponibili per rafforzare il sistema salute, non difenderlo.

I cittadini dovrebbero poter accogliere con favore ogni iniziativa che, nel rispetto delle regole e sotto il controllo pubblico, contribuisca a migliorare qualità, tempestività e appropriatezza delle prestazioni. La salute non può diventare terreno di scontro ideologico, ma deve restare un diritto da garantire con pragmatismo e responsabilità.

La sanità pubblica va rafforzata, difesa e resa più efficiente. Ma questo obiettivo si raggiunge anche costruendo con il privato un’alleanza responsabile, fondata su ruoli chiari, controlli rigorosi e obiettivi condivisi.

Solo superando contrapposizioni pregiudiziali e adottando una visione moderna sarà possibile restituire ai cittadini calabresi un sistema sanitario più equo, efficiente e sostenibile.

Candida Tucci